VERSO CENTOCELLE: CONOSCERE E MAPPARE

VERSO CENTOCELLE: CONOSCERE E MAPPARE

L’area del Parco Archeologico di Centocelle è stata individuata come principale cantiere di sperimentazione del progetto CO-Cities sul territorio romano attraverso un pre-test delle prime quattro fasi del protocollo Co-Città (conoscere, mappare, sviluppare e praticare, prototipare) sviluppato nell’ambito delle attività del LABoratorio per la GOVernance dei Beni Comuni, anno accademico 2015-2016 (maggiori info qui), con il coinvolgimento attivo di studenti universitari, associazioni locali, istituzioni e professionisti/imprenditori.

Conoscere

Prima di arrivare a Centocelle gli attori coinvolti si sono confrontati in diversi momenti di ascolto e discussione e, attraverso una serie di cheap talks (o incontri informali), hanno avuto modo di individuare in diverse zone della città una serie di beni comuni rilevanti per la comunità e di immaginare possibili soluzioni collaborative per la loro gestione. In questa fase dedicata al conoscere, si è tenuta una serie di incontri preliminari all’instaurazione del percorso di formazione-intervento e ricerca-azione con studiosi ed esperti in settori rilevanti per la governance dei beni comuni in aree urbane, tra i quali: Sheila Foster, professoressa di diritto urbanistico, Paola Cannavò, professoressa di architettura. Flavia Barca, esperta di economia culturale, Massimo Alvisi, architetto e tutor di RenzoPiano G124, Michele Sorice, professore di sociologia politica, Liliana Grasso, esperta di organizzazione aziendale e comunicazione politica, Silvia Luccarini, sociologa e urbanista, Mattia Diletti, ricercatore in scienza politica, Enrico Parisio, gestore del co-working Millepiani, Luca D’Eusebio, architetto e fondatore di Hortus Urbis, Francesca delle Vergini, esperta di politiche pubbliche per l’educazione, Serena Baldari, fondatrice dello spazio co-working L’Alveare, l’Arch. Maurizio Moretti, master planner del V Municipio e del PRINT Cantarini.

-Questi momenti di approfondimento sono stati accompagnati da una serie di workshop e sessioni di co-working, attraverso i quali gli studenti hanno acquisito le competenze fondamentali per la ricerca azione sulla governance dei beni comuni e, divisi in gruppi di lavoro, hanno elaborato una prima ipotesi di lavoro che prevedeva un’indagine su cinque aree della città, corrispondenti a cinque possibili cantieri di cooperazione urbana, dove poter sperimentare la co-governance su cinque differenti tipologie di beni comuni. Le aree individuate (Prenestino-Centocelle, Garbatella, Ostia, Aniene, Appia Antica) sono state oggetto di un’osservazione approfondita e tramite data mining e ricerche sul web sono stati individuati i referenti nell’ambito del civico, del privato, delle istituzioni e della ricerca (riprendendo il modello della governance a quintupla elica[1]), che faciliteranno poi i partecipanti nella fase successiva della mappatura.

Mappare

La fase di mappatura si è sviluppata attraverso due azioni complementari di mappatura analogica e digitale. Il lavoro di mappatura analogica, che ha come punto di partenza la conoscenza dei territori, della popolazione, dei servizi, dell’accessibilità e della mobilità, ha portato all’individuazione di una serie di beni comuni urbani presenti nei vari cantieri individuati e delle attività già presenti sul territorio (attori pubblici, privati e civici operanti, quelle comunità maggiormente collaborative e i loro rappresentanti operanti sul territorio, quindi in grado di fornirne una chiave di lettura precisa e di analizzare le dinamiche che avvengono al suo interno). Complementare a questa azione sul territorio è stata la mappatura digitale, che ha visto la realizzazione della piattaforma CO-Roma. La creazione di uno strumento digitale che favorisca l’innesco di un processo aperto e collaborativo di lettura del territorio è un elemento fondamentale della fase di mappatura.

La piattaforma si configura come strumento di lettura del territorio che offre la possibilità di aggiungere un bene o un’esperienza alla mappa online attraverso un questionario che fornisce tutte le informazioni sul bene oggetto di mappatura, e in aggiunta svolge una funzione di creazione e coordinamento del network, operando una sintesi tra idee e progetti e coinvolgendo i diversi attori, istituzionali e non, che potranno coadiuvare i cittadini dalla fase dell’idea, fino a quella della realizzazione del progetto. Quest’ultimo aspetto sottolinea quanto lo sviluppo di una piattaforma digitale possa essere importante non solo nella fase di mappatura ma durante tutto il processo di sperimentazione e di sviluppo della co-governance urbana, poiché questi strumenti facilitano l’attivazione di processi di collaborazione e partecipazione attorno ai beni comuni presenti nella città.

Il cantiere: Il Parco Archeologico di Centocelle

La fase di mappatura aveva lo scopo di mettere in evidenza i limiti e le debolezze dei diversi cantieri di pratica sperimentale inizialmente ipotizzati, con l’obiettivo di individuare il cantiere e la comunità che nella città presentava le caratteristiche idonee all’accesso alla fase di prototipazione della governance dei beni comuni a Roma. Attraverso il processo di mappatura e la conseguente fase del “praticare” (maggiori informazioni qui), all’interno della quale si sono sviluppati dei micro-interventi volti a testare la reale presenza sul territorio delle caratteristiche individuate ex-ante, ha portato all’individuazione del “Parco Archeologico di Centocelle”, sito nel V Municipio, come cantiere più adatto a sviluppare nuove forme di co-governance urbana.

Il cantiere presenta alcune caratteristiche che lo rendono particolarmente idoneo a sperimentare pratiche di rigenero e di co-governance dei commons. Il quartiere di Centocelle è infatti caratterizzato da una serie di problematiche ambientali, sociali, di integrazione e di mobilità, ma allo stesso tempo vede la presenza di numerosi attori che hanno il potenziale di diventare incubatori di processi partecipativi e collaborativi. Lavorare nell’area del Parco Archeologico significa inoltre lavorare su una risorsa complessa, da valorizzare non solo in quanto commons urbano, ma anche come commons naturale, sito archeologico di rilevo e parte dell’eredità culturale. Questo ultimo aspetto è di fondamentale importanza poiché evidenzia il valore attribuito alla risorsa dalla comunità che vi gravita attorno e che lo riconosce come un bene la cui esistenza ed accessibilità contribuisce al benessere collettivo. Per meglio comprendere questa componente è utile fare riferimento alla Convenzione di Faro, in cui l’eredità culturale è definita come “un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato del l’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi” attorno a cui esiste una “comunità di eredità, costituita da un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future[2].

Questa definizione ci permette di capire come la sperimentazione in corso nel cantiere del Parco Archeologico di Centocelle abbia il potenziale di produrre sviluppi positivi, non solo per quanto riguarda l’eredità culturale e ambientale, che necessita di essere valorizzata e restituita alla comunità locale, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista dei benefici per la società. La rigenerazione del parco permetterà infatti ai cittadini di recuperare l’accesso ad un’area verde ricreando al contempo un luogo di aggregazione e integrazione, che possa essere punto di partenza da cui ricostruire la comunità locale e integrare al suo interno anche i membri dei gruppi più marginali presenti nella zona. Inoltre l’apertura del parco consentirebbe di collegare diverse aree, e facilitando la mobilità tra i quartieri circostanti, e migliorando di conseguenza la qualità della vita dei residenti.

Affinché la sperimentazione possa portare al raggiungimento di questi obiettivi e, più in generale, allo sviluppo di una nuova forma di co-governance urbana capace di salvaguardare i beni comuni urbani e l’eredità culturale tangibile e intangibile, è importante che il processo di sperimentazione sul territorio sia accompagnato dalla creazione di strumenti digitali Tali strumenti infatti, consentendo a tutti l’accesso ad un’informazione trasparente ed esaustiva relativa ai progetti avviati sul territorio e mettendo in contatto gli attori urbani che condividono uno stesso obiettivo, facilitano l’attivazione di processi di collaborazione e creano nuove possibilità di preservare, promuovere e condividere la nostra ricca eredità culturale[3].

 

[1]   Con il termine governance a quintupla elica si definisce un modello di governance in cui pubblico, privato, terzo settore, istituzioni culturali come scuola e università, cittadini singoli e innovatori sociali lavorano insieme per dare una risposta ai problemi della società e della collettività.

[2] Art. 2, Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore dell’eredità culturale per la società, CONSIGLIO D’EUROPA – (CETS NO. 199) FARO, 27.X.2005 La traduzione non ufficiale in Italiano è disponibile a questo link: http://www.ufficiostudi.beniculturali.it/mibac/multimedia/UfficioStudi/documents/1362477547947_Convenzione_di_Faro.pdf

[3] Per quanto riguarda il ruolo degli strumenti digitali nella salvaguardia e promozione del patrimonio immateriale sarà utile fare riferimento alla mozione presentata in aprile 2016 all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa relativa all’implementazione della Convenzione per la salvaguardia dell’eredità culturale immateriale dell’Unesco. Maggiori informazioni disponibili a questo link: http://diculther.today/patrimonio-intangibile-delleuropa/   mantenere riferimento solo se post successivo ad aprile 2016